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ALDO BALLO

Giuliana Gramigna: Obiettivo sull'oggetto
Antonio Piva: Un'intesa perfetta
Roberto Mutti: Ballo, il fascino discreto della foto
Giuliana Gramigna: Aldo Ballo
Alessandro Mendini: Tea & Coffee Piazza, per Alessi
Isa Tutino Vercelloni: Per Aldo Ballo

Obiettivo sull’oggetto
Guardando con Marirosa Ballo alcune diapositive posate sul visore nella saletta dello studio di via Calco, cercavamo insieme di ricostruire, nella sequenza delle foto, il filo di un racconto che si è snodato ininterrotto in questi ultimi quarant’anni. Una storia di oggetti che è stata raccontata con l’obiettivo e che resta, documento muto ma eloquente, a testimoniare con le immagini una storia di design. Un’inquadratura in particolare mi è sembrata esemplare: nella semplicità assoluta del suo porsi come forma, senza nessun confronto con altro se non quello del volume dell’oggetto stesso con la luce. L’immagine riprende, su fondo bianco, un recipiente in plastica, bianco. La data: 1958. L’oggetto, per la Pirelli, è disegnato da Roberto Menghi. Il titolo: Secchio.
La poesia discreta di quell’immagine inquietante, cui nulla si può togliere o aggiungere, mi è sembrata il punto di partenza della lezione che Aldo Ballo ci ha lasciato: e cioè che ogni oggetto può essere ripreso nella sua dignità di “forma” e che non occorrono “medium” espressivi per restituircene tutto l’intimo valore se non l’uso sapiente dell’obiettivo e della luce.
Aldo Ballo era nato a Sciacca nel 1928 ed è mancato a Milano, recentemente, a metà dello scorso ottobre.
Iniziò subito il suo apprendistato di fotografo lavorando per i reportage nell’agenzia Roto Foto. L’agenzia era allora condotta dal già famoso Fedele Toscani, che in quegli anni era, secondo i giornali milanesi, un indispensabile referente. Lì conobbe il giovane Oliviero e la sorella Marirosa che diverrà dopo breve tempo la compagna della sua vita e che condividerà con lui, interamente, la loro lunga e bella storia professionale.
Ma Ballo, a differenza della maggior parte dei giovani che allora maturavano in “bottega” i temi della futura professionalità, coltivò questo interesse, anzi, questa passione per la fotografia, affiancando all’esperienza quasi artigianale del “mestiere” imparato, la cultura visiva che gli veniva dagli studi a Brera, alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, e dall’aria che aveva respirato in casa, dove il fratello, Guido, insegnava storia dell’arte all’Accademia.
Questo approccio culturale con l’oggetto fu subito evidente fin dalle prime esperienze dei suoi still-life. Aldo Ballo, infatti, lasciò rapidamente il mondo dei reportage giornalistici e insieme con la moglie Marirosa aprì nel 1953 un proprio studio a Milano in via Calco dove iniziò, in spazi che nel tempo andarono sempre più ingrandendosi, a lavorare “sull’oggetto”. L’oggetto è stato fin dall’inizio la sua grande passione, anche mentre fotografava per i designer e gli architetti più importanti del tempo, case, arredi, interni e architetture.
Questo suo porsi nuovo, rispetto alle consuetudini di quegli anni, di fronte all’oggetto da fotografare, di cui cercava di far emergere l’intima natura, il messaggio compresso nella forma stessa, gli viene riconosciuto subito.
Infatti, al primo Convegno nazionale di fotografia, nel 1959, si discusse dei valori estetici che la critica non poteva più non attribuire a un’immagine, sia pur pubblicitaria, quando tale immagine ne era portatrice. Era la foto di Aldo Ballo, realizzata per la pubblicità di una macchina da scrivere Olivetti.
L’indagine che Ballo approfondiva sulla natura degli oggetti, tale da recuperare attraverso la rappresentazione bidimensionale l’idea che stava alla base della progettazione degli stessi, lo portò ad avere con i progettisti - architetti e designer - un colloquio diretto - magari fatto di pochissime allusive parole - per cui gli stessi cominciarono ad affidargli i loro prodotti da fotografare senza che necessariamente ci fosse l’intermediazione di grafici o art director.
Ne uscirono delle immagini tecnicamente perfette nelle quali il prodotto fotografato, in particolare nelle stampe in bianco e nero, veniva restituito nella sua essenzialità, e in cui gli oggetti che a volte venivano accostati al soggetto fotografato avevano sempre un ruolo di indicazione dimensionale, o di confronto formale fra entità quasi astratte, mai una funzione riempitiva o decorativa. Per tutti gli anni Sessanta e Settanta sfilò, sulle pedane di via Calco, il meglio di quanto era stato progettato e prodotto, dall’oggetto prezioso, all’oggetto d’uso, dal più tecnologicamente e formalmente complesso a quello più apparentemente semplice.
Restano consultabili da tutti i cataloghi di mostre, premi e manifestazioni, come Compasso d’Oro o Smau, dove troviamo, accanto alle immagini di macchine complicate, quelle di oggetti semplici ed essenziali, come una posata od una bottiglia, tutti fotografati con la stessa attenzione, lo steso rigore, possiamo dire con la medesima intelligenza.
I fondi bianchi continui delle pareti e delle piccole pedane erano quasi sempre gli scenari della rappresentazione fotografica degli oggetti. Fondi che divennero proverbiali, e sui quali si cimentarono gli innumerevoli assistenti che nel suo studio impararono il mestiere. Mestiere che Ballo lasciò loro, impagabile eredità a continuare la testimonianza della validità di una “scuola” nata dalla conquista paziente e faticosa di una cultura della rappresentazione dell’oggetto.
Giuliana Gramigna
“OTTAGONO” n.114, marzo-maggio 1995
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Un’intesa perfetta
Singolare fortuna nella vita professionale poter sviluppare in tanti anni un’intesa completa tra progetto e immagine fotografica: straordinaria emozione veder interpretata con occhi diversi dai propri il progetto realizzato in bianco e nero e a colori. Attraverso la fotografia si può vedere per la prima volta un dettaglio, scoprire un colore che non è quello reale ma la sua interpretazione. L’interpretazione a volte è raggiunta con filtri sovrapposti che colorano e correggono le assenze, altre volte è ricercata nel mondo sensibile dei rapporti spaziali e cromatici e trasformata nelle sfumature di bianco e di nero che si fondono nei grigi.
Dal 1963 Aldo ballo ha fotografato tutti, o quasi, i lavori del nostro studio. Al tavolo luminoso di via Calco sono stato tante volte a riscoprire e a sorprendermi di come lo spazio fotografato rappresentasse la verità pensata, spesso una verità desiderata, altre volte temuta. In quella stanza e sopra quella console luminosa, senza rendermene conto, sono passate le sequenze del nostro percorso progettuale, quello realizzato, ma anche molti progetti su cui avevamo riposto il meglio delle illusioni.
Guardando quelle immagini abbiamo parlato anche delle azalee dei nostri giardini, delle rose, del loro profumo, della natura e dell’arte. Abbiamo compreso il dolore, accettato il passare del tempo e degli stessi problemi credendo in quello che stavamo facendo in modo sempre più laborioso: con partecipazione totale abbiamo superato le difficoltà sempre maggiori di cui l’esistenza non è avara.
Antonio Piva
“OTTAGONO” n.114, marzo-maggio 1995
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Ballo, il fascino discreto della foto
Un male incurabile si è portato via l’altro giorno Aldo Ballo. Non scompare soltanto un grandissimo fotografo, ma anche un personaggio di quelli che hanno caratterizzato, nobilitandola, un’intera stagione di Milano. Siciliano di Sciacca, dove era nato nel 1928, ma milanese di adozione, Ballo si distinse subito nel mestiere per una solida formazione culturale (liceo artistico e studi di architettura) che ai tempi era più l’eccezione che la regola per i fotografi professionisti, che il mestiere lo imparavano “a bottega”, facendo gli assistenti di altri fotografi e sviluppando così, mentre lavoravano, il loro gusto. Quando nel 1953, con la moglie Marirosa, abbandona il “reportage” per lanciare il suo Studio Ballo & Ballo nel settore del design e dell’architettura, compie un doppio atto di coraggio. In primo luogo, guarda oltre il “reportage” dove pure poteva trovare spazio (Marirosa, figlia del grande Fedele Toscani e sorella dell’allora giovanissimo Oliviero, a vent’anni aveva già avuto l’onore di una doppia pagina su “Life”); in secondo luogo, crea un proprio stile basato sulla profondità della ricerca. “Negli anni ’50 - ci ricordò qualche tempo fa in un’intervista per Repubblica - iniziava a Milano un certo boom dell’immagine e campagne pubblicitarie d’avanguardia erano presentate da Olivetti, La Rinascente, Pirelli. E arrivarono personaggi come Sergio Libis, che fu il primo a puntare su Milano invece che su Parigi e fu anche il primo a spiazzare tutti con immagini efficaci perché semplici, lineari, bellissime”.
Fotografie di questo genere Ballo cominciò subito a farne ed è sintomatico che nel 1959, al primo Convegno nazionale di fotografia di Villa Zorn, si discutesse proprio dei valori estetici che finalmente una critica, fino ad allora troppo idealista, era disposta ad attribuire alla fotografia pubblicitaria di una macchina per scrivere Olivetti realizzata appunto da Aldo Ballo. Ma tutto ciò non indusse il fotografo a cercare riconoscimenti da l grande pubblico né a rompere quel suo personale riserbo nei confronti del “giro” delle mostre che condivideva con altri autori milanesi (da Mario Carrieri a Enzo Mari) di grande spessore. Aldo Ballo, con le sue ricerche architettoniche, con quei suoi “still life” dove il rigore si sposa con la gioia dell’invenzione, ha preferito quella coerenza interiore e concretezza un po’ schiva che caratterizzano così spesso l’intelligenza milanese.
Roberto Mutti
La Repubblica, ottobre 1994
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Aldo Ballo
Ho conosciuto Aldo Ballo nel 1948. Eravamo ragazzi, e insieme con alcuni amici ci preparavamo per gli esami di maturità artistica. Suo fratello Guido Ballo, marito di mia cugina Risa, sovrintendeva e controllava la nostra preparazione.
Erano anni felici. Lui, già allora, come poi sempre, aveva modi gentili, occhi sorridenti e un fare timido e schivo. E’ diventato in seguito un grande fotografo, ma il suo modo di essere con gli altri, la sua disponibilità, la sua cortesia, sono rimaste sempre uguali: quelle del ragazzo di un tempo.
Non so come sia nato in lui quell’amore così profondo e meticoloso per gli oggetti che ha coinvolto la sua professione sino a farne, nel settore dello still-life, l’indiscusso signore e maestro. Comunque, da Aldo, anzi da AldoBallo come tutti lo chiamavano, è passata dagli anni Cinquanta in poi la storia italiana del disegno industriale. Non c’è rivista del settore che non abbia raccontato questa storia attraverso le “foto Ballo”. Non c’è designer della mia generazione che non abbia avuto, o quanto meno desiderato la sua foto di un proprio oggetto, e non c’è momento creativo del design italiano che il suo obiettivo non abbia fissato. Le immagini che ci ha lasciato, semplici, pulite, essenziali, sono a loro modo una rappresentazione quasi calvinista della realtà, e anche un insegnamento: si può arrivare alla verità intima contenuta dall’oggetto fotografato, alla sua essenziale, affrontandola senza fronzoli e senza mistificazioni.
Giuliana Gramigna
Milano, 25 ottobre 1994
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Tea & Coffee Piazza, per Alessi.
L'invenzione di questo programma formato da una serie di servizi da thé e caffè ( con lattiera, zuccheriera e vassoio) va inquadrata nel piano generale della politica dell'immagine dell'industria.
Risale al 1979 l'idea di ricavare dentro all'azienda un luogo molto libero di ricerca linguistica da offrire ad architetti e designers, dove elaborare e proporre metodi, forme e tipologie sperimentali nel vivo dell'attuale dibattito sul neo e post-modernismo, e sulle istanze del nuovo design italiano ed internazionale. Nel libro "Paesaggio casalingo"scrivevo: "Si intravede per il Programma 6 la possibilità di eseguire l'edizione di pezzi funzionali (specialmente servizi da caffè) numerati e firmati, di autori internazionali, in modo che il programma diventi terreno di sofisticata sperimentazione di architettura e design". Il tutto non necessariamente solo in accaio; anzi in argento con qualche materiale complementare. I contatti iniziali furono con autori quali: Michael Graves, Arata Isozaki, Richard Meier, Paolo Portoghesi, Aldo Rossi, Bob Venturi, Marianne Brandt. Ogni servizio è fotografato da Aldo Ballo.
Alessandro Mendini
AA.VV., "Tea & Coffee Piazza", Milano 1983
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Per Aldo Ballo
La fortuna del design italiano nel mondo, la fama internazionale che ha conquistato dalla seconda metà degli anni Cinquanta in poi, si deve anche, in gran parte, alla sua immagine nitida, serena, oggettiva, accattivante, che circolò in tutti i paesi attraverso l’interpretazione fotografica di Aldo Ballo. Il mondo del design gli deve moltissimo. La sua fotografia sapeva mettere in risalto tutte le qualità del prodotto, non solo le sue caratteristiche tecniche e formali, ma soprattutto il suo messaggio, la sua carica innovativa e le sue capacità espressive, persino le doti di “seduzione” sul grande pubblico. Aldo Ballo possedeva una sorta di sesto senso per tutto ciò che riguardava il design, o per meglio dire la forma delle cose e più ancora la loro individualità, la loro personalità. Un oggetto poteva apparire anche insignificante, anonimo o banale appena uscito dal suo imballaggio; ma una volta posto sulla pedana, secondo una particolare, precisa angolazione che solo Ballo sapeva trovare di primo acchito, e poi sapientemente illuminato, acquistava un suo peso, una sua presenza, una sua precisa, a volte insospettata, individualità.
Tutto questo l’ho potuto verificare di persona, collaborando con Ballo per molti anni. Devo in gran parte alla sua fotografia la fortuna della rivista che ho fondato e poi diretto per venticinque anni: Casa Vogue. Erano suoi i servizi più importanti e quasi tutte le copertine. Le luci di Aldo Ballo meriterebbero un capitolo a parte. La sua è un’illuminazione serena, dolce, mai drammatica, attenta a non ferire o deformare l’oggetto, ma ad accarezzarne il profilo, a rivelarne il volume. Un oggetto o un mobile, una volta fotografato da Ballo, veniva per così dire automaticamente storicizzato: la sua immagine é “un’icona” definitiva in grado di entrare nella storia con una sua dignità.
Isa Tutino Vercelloni
Testo per mostra "Ritratti di oggetti", Orvieto 2001
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