Back Versione Inglese

FRANCESCA WOODMAN
fotografie

di Claudia Zanfi

Francesca Woodman (Denver1958-New York 1981) trascorrere buona parte della propria infanzia in Italia, nella campagna fiorentina, dove con i genitori, anch'essi artisti, vive in un'antica fattoria. Il fascino di quella vecchia casa influenzò notevolmente le ricerche di Francesca; le stanze alte, le pareti scrostate, le vecchie tappezzerie, sono superfici murali vissute come "pelli" di cui rivestirsi. Nascono così opere in cui il corpo della giovane artista si fa quasi trasparente per fondersi, in una continua trasformazione, con i vari tipi di materiali, quasi a voler penetrare al di sotto della crosta dei muri. Questo rivestirsi di tappezzerie, imbrattarsi con le colle secche, i calcinacci di quelle architetture, costituisce una sorta di desiderio di trasfigurare il proprio corpo, la figura dell'artista che si fa quasi assente per lasciare spazio alle continue metamorfosi della materia su se stessa. E' il purgatorio del corpo, la purificazione delle carni attraverso centinaia di evoluzioni prima di giungere all'unico paradiso possibile: la morte.

Non è facile comprendere se tale destino, soprattutto in quegli anni di dichiarata ribellione sessuale, fosse parte integrante del fare artistico femminile, fatto sta che esistono altre figure importantissime nel panorama artistico internazionale, che hanno dedicato le loro vite al tema del corpo come luogo di lacerazione e di trasfigurazione. Si tratta della cubana Ana Mendieta e dell'italo-francese Gina Pane; come la Woodman, entrambe hanno scelto di documentare le proprie ricerche attraverso le "tracce" del loro passaggio sulla terra, delle loro esistenze contorte e meravigliose, delle loro gioie, delle paure, delle attese, fino al tragico gesto finale, atto di amore e di disperazione assoluta. Il corpo flagellato dell'artista, le spine di rose conficcate nella carne, il sangue raccolto in sudari, sono elementi di un percorso che evoca il martirio, il sacrificio di una spiritualità laica, nel tentativo di una redenzione dal dolore. Il corpo come spazio sacro, quindi, una sorta di cattedrale in cui la consapevolezza si smarrisce. L'opera della Woodman non è esibizionismo; é piuttosto rappresentazione mistica, in cui l'artista trascendere il corpo stesso per arrivare alla pura essenza del gesto.

L'opera-performance di Francesca Woodman è documentata da una serie di intense fotografie, per la maggior parte in bianco e nero, che seguono il suo percorso artistico dagli inizi di un precoce esordio (1971-72), fino agli ultimi poetici scatti di se stessa tra le betulle (corteccia maculata, altra "crosta" vissuta come pelle, rami da sostituire ai propri arti) del 1981, e l'ultima serie con i "blue prints" realizzata al suo ritorno da Roma a New York. L'intero lavoro di Francesca Woodman è stato presentato presso la Galleria Sozzani di Milano, dal 18 gennaio al 25 febbraio 2001, in collaborazione con la Fondation Cartier pour l'art contemporain di Parigi. All'inaugurazione erano presenti i genitori dell'artista, Betty e George Woodman, attuali conservatori del patrimonio fotografico della figlia. Tutte le immagini qui pubblicate sono tratte dalla piccola monografia a cura di Jen Budney, edita in occasione di "Modena per la Fotografia 1996", presso la Galleria Civica di Modena. Claudia Zanfi